Un concetto fondamentale nel campo delle biotecnologie agroalimentari e della sicurezza alimentare.

 

Riassunto

La stragrande maggioranza degli scienziati della vita sostiene con grande convinzione che qualsiasi approccio valutativo dei prodotti agroalimentari debba basarsi sull’esame del fenotipo, ossia le caratteristiche reali delle varietà di alimenti, mangimi e fibre: gli effetti di ogni nuova cultivar (o microrganismo, o animale) sulla nostra salute non dipendono dal procedimento (o dai procedimenti), vale a dire dalle tecniche utilizzate per ottenerlo.

I cosiddetti “organismi geneticamente modificati” (“OGM”), d’altro canto, sono comunemente inquadrati come un gruppo con proprietà particolari, e sono generalmente considerati discutibili o addirittura dannosi.

Alcuni studiosi di scienze sociali ritengono ancora che, ai fini una comprensione e regolamentazione scientifica, sia corretto basarsi sul procedimento. Per dimostrare che un simile approccio è totalmente sbagliato e per invitare scienziati, insegnanti e comunicatori scientifici a spiegare questo errore agli studenti, ai politici e al grande pubblico, abbiamo immaginato un dialogo tra uno studioso di scienze sociali, che nell’ambito della valutazione dei rischi è favorevole a un approccio basato sul procedimento, e alcuni esperti che adducono svariati argomenti contro tale opinione. La discussione verte sulla sicurezza alimentare dei “nuovi” cibi.

 

Ci troviamo in un laboratorio dove si effettuano analisi sui prodotti alimentari. Sul tavolo è appena stato messo il “prototipo” di una nuova varietà di peperone dolce. Sono presenti alcune persone: la responsabile del laboratorio, che è una tossicologa; il suo assistente, esperto in allergie e intolleranze alimentari; un biotecnologo agroalimentare dell’unità di ricerca a carattere filantropico in cui è stata sviluppata la cultivar; un epistemologo delle scienze della vita specializzato nella regolamentazione e nelle politiche in materia di biotecnologie agroalimentari. L’ultima persona presente è una professoressa di scienze sociali, che dirige un “Centro sull’Ingegneria Genetica e la Società” all’interno di un’università: siccome è convinta che sia necessario “dare nuovo impulso al dibattito sull’ingegneria genetica”, la loro discussione si presenta interessante.

La sociologa inizia affermando che “impostare il dibattito in termini di ‘prodotto contro procedimento’ non è né logico né scientifico” (le sue dichiarazioni sono citate da Kuzma 2016, mentre le affermazioni degli altri partecipanti alla discussione sono immaginate) poiché “dal punto di vista scientifico, le caratteristiche – dannose o meno – di un prodotto dipendono in parte dal procedimento attraverso cui esso viene ottenuto. (Ciò è particolarmente evidente nelle sperimentazioni di terapia genica con cellule umane, in cui nuovi metodi per ottenere i geni hanno eliminato la necessità di utilizzare vettori virali potenzialmente dannosi)”. L’epistemologo non è affatto d’accordo, e cita un’utile categorizzazione dei diversi ambiti in cui le varie manipolazioni degli organismi viventi sono abitualmente suddivise, utilizzando differenti colori per contraddistinguerli: “rosso” per le applicazioni biomediche e farmaceutiche, “verde” per l’agricoltura, “bianco” per l’industria, “grigio” per il biorisanamento ambientale. L’esempio della studiosa di scienze sociali si riferisce alla categoria “rossa”, dove questa o quella tecnica può essere determinante per un risultato più o meno rischioso; nel mondo della biotecnologia “verde”, invece, piante, animali e microrganismi vengono migliorati attraverso metodi che possono essere molto tradizionali – come l’incrocio di varietà e specie sessualmente compatibili (e a volte anche non compatibili) – o più recenti, come la mutagenesi fisica o chimica, o intervenendo direttamente sui genomi, inserendo sequenze di DNA di un organismo “donatore” (transgenesi), fino alle moderne tecniche di editing genetico, di cui la tecnica CRISPR-Cas9 rappresenta l’ultimo interessante sviluppo (Hall 2016): non è possibile stabilire in anticipo che questi metodi – da soli o in combinazione tra loro – siano più o meno problematici o pericolosi, oppure sicuri. Per valutare i rischi e i benefici di un prodotto agroalimentare, in qualunque senso possibile, il procedimento (o i procedimenti) che lo ha fatto nascere è irrilevante.

Il biotecnologo “verde” prosegue, sfidando affabilmente la sociologa a fornire prove del fatto che qualsiasi tecnica, o insieme di tecniche, sia intrinsecamente pericolosa – oppure sicura – sottolineando che non è mai stato pubblicato alcun documento sottoposto a peer review che indichi che sia d’obbligo adottare in via precauzionale un atteggiamento prudente quando si ha a che fare con le tecnologie agroalimentari. Tuttavia, poiché ogni procedimento può portare a risultati insoddisfacenti, l’unico approccio razionale alla sicurezza è quello di stabilire delle regole per la valutazione di ogni singolo prodotto, l’“archetipo”, per così dire, di ogni nuova varietà, da riprodurre in seguito, una volta superato l’esame.

La direttrice del laboratorio ricorda tuttavia che alcune cultivar geneticamente modificate si sono rivelate molto pericolose: una zucca dalle proprietà tossiche; un sedano reso resistente a certi insetti, che però provocava eruzioni cutanee in chi lo manipolava; una patata estremamente tossica, nome commerciale Lenape (Haslberger 2003, pag. 739. Articolo popolare sulla patata Lenape. La sociologa coglie al balzo l’opportunità per sottolineare che queste esperienze mostrano come certi procedimenti dovrebbero essere oggetto di una regolamentazione più severa! Timidamente, l’assistente della direttrice del laboratorio dice che no, quelle cultivar nocive non erano “OGM”, bensì sfortunati risultati dell’ibridazione tradizionale! Con un tocco di ironia, l’esperto di biotecnologie chiede alla sociologa se pensa che tutti i metodi più datati debbano essere rigorosamente regolamentati, dal momento che potrebbero portare a risultati negativi… Notando l’aspetto divertito della direttrice del laboratorio, la sociologa si rende conto che le hanno fatto un piccolo scherzo.

Il ricercatore – questa volta seriamente – spiega che anche alcune cultivar geneticamente modificate si sono rivelate deludenti, addirittura pericolose (Haslberger 2003, pag. 740, Kuiper et al. 2001, pag. 516. Si vedano anche altri esempi di “Prodotti Transgenici Abbandonati”: sono stati semplicemente scartati. Succede in continuazione: i creatori di nuove varietà, sfruttando le esperienze precedenti e le conoscenze acquisite, fanno dei tentativi affidandosi alle proprie capacità e alla fortuna; questo è il modo in cui procedono la scienza e la tecnologia, e questo è ancor più vero per quanto riguarda i miglioramenti dei prodotti “verdi”. Nei laboratori agroalimentari, nelle serre sperimentali e nei terreni aperti, il bidone dei rifiuti non è mai vuoto. 

Come sottolinea l’epistemologo, è una verità empirica fondamentale che anche il più piccolo cambiamento nel DNA di qualsiasi organismo – ottenuto con qualsiasi metodo – può determinare esiti fenotipici rilevanti, che il più delle volte non sono vantaggiosi. Ecco perché, ormai da diversi decenni, gli studiosi di scienze della vita vanno predicando che è il singolo prodotto di ogni esperimento, non il procedimento (o i procedimenti) utilizzato per ottenerlo, che deve essere valutato sulla base del contesto specifico di pro e contro relativi alla salute, all’impatto ambientale e al valore commerciale.

L’epistemologo afferma che diverse società scientifiche in tutto il mondo hanno pubblicato svariate position statement; prendiamo ad esempio una petizione firmata da 3.400 scienziati, tra cui 25 premi Nobel: “I rischi derivanti dagli alimenti sono connessi alle caratteristiche biologiche di tali alimenti e ai geni specifici che sono stati utilizzati, non ai procedimenti impiegati per la loro produzione.” (Prakash et al. 2000-2014). Lo stesso principio è stato ribadito anche per i possibili rischi ambientali delle nuove cultivar: “gli organismi geneticamente modificati dovrebbero essere valutati e regolamentati in base alle loro proprietà biologiche (fenotipi), piuttosto che alle tecniche genetiche utilizzate per produrli.” (Tiedje et al. 1989, pag. 298). Probabilmente non esistono altri ambiti scientifici in cui il consenso degli esperti sia così ampio (Tagliabue 2016): anche alcuni studiosi di scienze sociali, troppo riluttanti ad ammettere una tale convergenza di opinioni, dovrebbero fare i conti con questa realtà.

La direttrice del laboratorio chiarisce che l’effettiva distinzione tra procedimento e prodotto si riferisce agli approcci di fondo di tipo ex-ante ed ex-post. Qualsiasi operazione di analisi del rischio deve rispettare gli standard stabiliti dal Codex Alimentarius (Codex Alimentarius 2016), l’organo internazionale istituito congiuntamente dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): tali criteri dettagliati stabiliscono l’approccio da adottare per ogni nuovo prodotto alimentare presentato da un creatore di nuove varietà [ex-post] senza prendere in considerazione ex-ante la tecnica (o tecniche) e il procedimento (o procedimenti) utilizzato durante le manipolazioni sperimentali. La nuova varietà di peperone che si trova sul tavolo potrebbe essere stata ottenuta dalla mutagenesi – fisica (irradiazione) oppure chimica (esposizione a determinate sostanze che modificano il genoma) – o dalla RNA interference, che avrebbe modificato alcune delle sue caratteristiche senza neanche cambiare la struttura del DNA; potrebbe addirittura venire da Marte. I tecnici incaricati di valutarne la sicurezza non lo sanno e non se ne preoccupano: la loro attenzione deve concentrarsi unicamente sulle proprietà effettive dei “prototipi” presentati, seguendo adeguate procedure per le loro analisi.

Ecco perché, rimarca l’epistemologo, la commissione ad hoc del Codex – costituita per redigere le linee guida per la valutazione della sicurezza degli alimenti derivati dalle biotecnologie (Commissione del Codex Alimentarius 2003-2008 e 2008) – una volta redatti i documenti richiesti è stata sciolta. Ovviamente, queste istruzioni sono una reiterazione di quelle da seguire per la valutazione di qualsiasi alimento, sulla base di diversi profili di rischio, poiché non c’è motivo di ritenere che gli “OGM” debbano essere trattati in modo diverso. La commissione ha svolto il proprio lavoro in maniera adeguata, sebbene abbia semplicemente ribadito che alcuni tipi di ingegneria genetica non sono di per sé più rischiosi di altri: un piccolo spreco di denaro pubblico…

La sociologa non è convinta: “Nelle loro procedure di verifica, le agenzie [di regolamentazione] riconoscono che l’uso di tecniche di ingegneria genetica è rilevante. Ad esempio, il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti d’America (USDA) richiede una ‘descrizione dettagliata della biologia molecolare del sistema […] utilizzata per produrre l’articolo regolamentato’.” Il commento del biotecnologo è brusco: tale descrizione può essere molto interessante per gli specialisti, ma è irrilevante per la sicurezza del risultato! Dal momento che sappiamo molto bene che qualsiasi tipo di manipolazione del genotipo può portare a risultati fenotipici problematici, perché l’autorità di regolamentazione non richiede procedure simili per qualsiasi metodo di manipolazione genetica o addirittura per qualsiasi mutazione naturale? Sarebbe comunque inutile, ma almeno coerente… La direttrice del laboratorio annuisce in segno di approvazione.

Ma la sociologa prosegue: “Quindi, la normativa non distingue tra questioni relative ai prodotti e ai procedimenti. In effetti, dal punto di vista scientifico non ha senso tenere un approccio in maggiore considerazione rispetto all’altro.” Hai ragione e torto, risponde l’epistemologo: è vero che spesso il risultato delle normative è una combinazione (confusa) di prodotto e procedimento, ma non è vero che entrambi i punti di vista siano corretti o utili allo stesso modo. Ti prego di riflettere ancora su questo aspetto: la regolamentazione del procedimento implica la convinzione che alcuni tecniche biotecnologiche debbano essere considerate dubbie a monte e – inutile dirlo – i prodotti dubbi, definiti in modo poco chiaro, sono i cosiddetti “organismi geneticamente ingegnerizzati”. Questo pregiudizio è scientificamente infondato: “La conclusione principale che dobbiamo trarre dagli sforzi compiuti da più di 130 progetti di ricerca in oltre 25 anni e che hanno coinvolto più di 500 gruppi di ricerca indipendenti, è che le biotecnologie, e in particolare gli OGM, non sono di per sé più rischiosi, ad esempio, delle tecnologie tradizionali di selezione delle specie vegetali.” (European Commission 2010, pag. 16)

“Eppure – insiste la sociologa – quando si devono regolamentare aspetti relativi ai procedimenti utilizzati, molti paesi si spingono ancora più in là degli Stati Uniti”. “Le discussioni internazionali si sono concentrate su quali manipolazioni ottenute con tecniche di editing genetico rientrano nelle definizioni normative di organismi geneticamente ingegnerizzati”. L’epistemologo afferma che bisogna tornare ai ricordi della scuola superiore, e cita il mito di Procuste: il brigante dell’antica Grecia aveva costruito un “letto”, vale a dire uno stampo in cui deponeva le sue vittime, allungandole o tagliando loro i piedi se non corrispondevano esattamente alla sua misura dogmatica. Lo stesso approccio arbitrario è stato adottato dalle autorità di regolamentazione agroalimentare in quasi tutto il mondo: esse hanno creato un’intelaiatura deformata all’interno della quale cercano a tutti i costi di classificare i risultati di determinati procedimenti (“OGM!”) ancor prima di porre la domanda – l’unica razionale – se questo o quel prodotto, considerato singolarmente, sia più o meno sicuro. Non sorprende il loro imbarazzo quando emergono nuove tecniche che non possono essere collocate all’interno, o all’esterno, del loro assurdo recinto sgangherato (Tagliabue 2015).

Per dirla in parole povere – dice l’esperto di biotecnologie – i legislatori hanno continuato a ripetere un grave errore, perché ciò di cui abbiamo bisogno non è un’infondata diffidenza preventiva nei confronti di questa o quella biotecnologia “verde” (ex-ante), ma di un esame accurato di ogni “prototipo” – come il peperone sul nostro tavolo – una volta creato e selezionato tra molti risultati sfortunati (ex-post): se è sicuro, evviva!, lo cloneremo e lo riprodurremo in milioni di copie da vendere sul mercato; in molte parti del mondo sarà incrociato con varietà locali, ben adattate a climi e terreni diversi. Purtroppo però – ci ricorda la direttrice del laboratorio – non tutte le nuove cultivar saranno disponibili in tempi brevi e ovunque: se si tratta di un “OGM”, in molti paesi ci saranno numerosi controlli supplementari, una burocrazia senza fine, ostacoli legali, un aumento dei costi o addirittura un divieto esplicito (McHughen 2016).

La sociologa dichiara tuttavia che anche gli scienziati della vita pensano che alcuni procedimenti debbano essere discussi con riferimento alla loro possibile regolamentazione settoriale: “Ironia della sorte, gli stessi sviluppatori di organismi geneticamente ingegnerizzati, che erano soliti affermare che il ricorso all’ingegneria genetica non fosse rilevante ai fini normativi, ora sostengono che le modifiche alle tecniche di ingegneria genetica giustificano una normativa di controllo meno rigida.” L’epistemologo spiega che ciò avviene perché i creatori di nuove varietà stanno disperatamente cercando di eludere la trappola semantica della definizione “OGM” e il relativo groviglio di normative. Al momento è molto improbabile che venga fatta una profonda revisione dell’attuale contesto giuridico, in cui un gruppo eterogeneo di procedimenti e prodotti risultanti è marchiato con una lettera scarlatta, quindi i biotecnologi agro-alimentari sperano che le nuove tecniche sfuggano alle insensate regole supplementari che appesantiscono una pseudo-categoria neanche ben definita!

Ancora non convinta, la sociologa aggiunge che “i ragionamenti relativi al prodotto portano a una delle due possibili conclusioni: se tutti i prodotti (geneticamente ingegnerizzati o meno) devono essere trattati allo stesso modo, allora tutti i prodotti – sia geneticamente ingegnerizzati sia creati in maniera tradizionale – dovrebbero essere regolamentati oppure non esserlo. La prima opzione è difficilmente attuabile e la seconda è sconsigliabile dal momento che alcuni prodotti potrebbero essere dannosi.” La direttrice del laboratorio chiede alla sociologa cosa intenda per “difficilmente attuabile”: poiché sappiamo che qualsiasi nuovo prodotto può essere dannoso, indipendentemente dal procedimento utilizzato per ottenerlo, ogni nuova invenzione agricola dovrebbe essere valutata singolarmente. Anche se riuscissimo a sbarazzarci di qualsiasi inutile regolamentazione preventiva, la regola d’oro da applicare sarebbe sempre la stessa, vale a dire verificare qualsiasi nuovo organismo: questo non è “difficilmente attuabile”, ma esattamente l’opposto! Invece gli “OGM” sono soggetti a fin troppe verifiche, mentre tutti gli altri spesso non vengono controllati in maniera adeguata. Ad esempio, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), ossia l’agenzia dell’Unione Europea incaricata della valutazione scientifica dei rischi, ha una sezione dedicata esplicitamente agli “OGM”, il cui gruppo di esperti include un buon numero di scienziati, con linee guida dettagliate e istruzioni precise per i creatori di nuove varietà che desiderano presentare una domanda per l’autorizzazione di un prodotto derivato da ricombinazione del genoma, in sigla rDNA , mentre nuovi alimenti molto simili, ma ottenuti con metodi biotecnologici leggermente diversi, sono completamente dispensati e non vengono neppure menzionati. Dov’è la logica di tutto ciò?

Interviene l’assistente: dall’approccio che vorrebbe regolamentare i procedimenti biotecnologici “verdi” piuttosto che le effettive caratteristiche di ciascun prodotto derivano conseguenze davvero singolari: si possono fare due esempi, tra i tanti. 1. Una delle caratteristiche più comuni ottenute attraverso il DNA ricombinante è la tolleranza delle colture agli erbicidi: per gli agricoltori è comodo acquistare semi di mais o di soia o altre colture in abbinamento con una sostanza erbicida che previene la crescita delle erbacce ma lascia intatte le piante pregiate. Tuttavia, esistono altre varietà delle stesse colture (alcune ad esempio sono commercializzate con il marchio Clearfield) che, in modo analogo, sono state rese tolleranti a specifici erbicidi e, di conseguenza, sono impiegate insieme ad essi. In questo caso la caratteristica desiderata è stata ottenuta attraverso coltura tissutale e/o mutagenesi indotta o selezione di mutanti naturali che vengono poi ibridati con altre varietà e quindi – da un punto di vista legalistico – senza creare “OGM”: di conseguenza, il creatore di nuove varietà evita così, legittimamente e felicemente, i principali ostacoli che avrebbe dovuto affrontare se il personale tecnico avesse direttamente manipolato il DNA delle nuove varietà di grano, riso, girasole, lenticchie, mais e colza (BASF 2018). Così cultivar simili rese tolleranti agli erbicidi attraverso il trasferimento genetico diretto (“OGM”!) sono sottoposte a infinite analisi del rischio mentre nel caso di altri prodotti per cui è stato possibile ottenere la medesima caratteristica modificando il genoma in modi diversi ma mirati, non è necessario effettuare i gravosi controlli. 2. Il caso della patata Amflora è ancora più singolare. È stata geneticamente modificata per inibire la produzione di uno dei due tipi di amido abitualmente presenti nel tubero. Questa modifica è utile per molte applicazioni a livello industriale (ad esempio la produzione di carta, che richiede una grande quantità di patate) ed evita un processo costoso e inquinante: l’inattivazione di un determinato gene risolve il problema alla fonte. La bagarre tra la Commissione Europea, i ministri di vari Stati europei recalcitranti e le contestazione da parte delle organizzazioni “anti-OGM” in merito all’autorizzazione della nuova cultivar è durata 17 anni e alla fine il produttore ha deciso di rinunciare alla commercializzazione del prodotto in Europa (Laursen 2012), e per di più al danno si è aggiunta anche la beffa: un’altra azienda tedesca è riuscita a produrre la stessa particolare caratteristica fenotipica attraverso un metodo di mutagenesi “non OGM” e ha iniziato la produzione di massa della sua “super patata” senza alcun particolare fardello burocratico (Fraunhofer-Gesellschaft 2009). Non è assolutamente logico regolamentare i procedimenti invece del prodotto!

In linea generale – continua la direttrice del laboratorio – assistiamo di nuovo alla confusione tra due concetti molto diversi e le relative procedure: “regolamentazione ex-ante” e “controlli ex-post”. In un mondo razionale, una regolamentazione preventiva ha lo scopo di impostare il quadro giuridico per la disciplina dei procedimenti dannosi. Ricordate le biotecnologie “rosse”? Quando abbiamo a che fare con virus infettivi o batteri letali, bisogna essere estremamente cauti a priori: è fondamentale dotarsi di regole di sicurezza rigorose, poiché qualsiasi errore nella gestione dei patogeni può portare a conseguenze disastrose. Nell’ambito “verde” invece i controlli si eseguono a posteriori, esaminando attentamente i singoli prodotti come questa nuova promettente varietà di peperone. Naturalmente, questo è il motivo per cui nel mio laboratorio nessuno indossa indumenti di sicurezza: qui si analizzano melanzane e innocui batteri che producono enzimi, non vaccini.

Ecco perché – aggiunge l’epistemologo – alcune immagini che vengono spesso mostrate sui media a corredo di articoli sugli “OGM” agroalimentari sono prive di significato e fuorvianti: le foto di persone in mezzo a campi di mais con tute che fanno pensare a una guerra batteriologica sono assurde, ma d’effetto (Clancy e Clancy 2016), piuttosto efficaci per diffondere allarmismi “anti-OGM”.

Di conseguenza – dice rivolto alla sociologa lo sviluppatore di nuovi alimenti – lei ha già tratto la corretta conclusione, che potrebbe essere una sorpresa per i profani e per parecchi studiosi di scienze sociali, ma non per i genetisti, i biologi e i creatori di nuove varietà: nel caso dei prodotti agricoli, non è necessaria una specifica regolamentazione preventiva relativa alla sicurezza dei procedimenti, mentre dovrebbero essere effettuati controlli su ogni novità (prodotto), caso per caso, ovviamente prima di iniziare la produzione di massa. Si noti ancora una volta che la situazione attuale è quasi ovunque molto sbilanciata: per gli “OGM” sono obbligatori controlli martellanti e una quantità eccessiva di analisi, mentre per i “prototipi” di tutti gli altri prodotti non è richiesta quasi alcuna supervisione.

La direttrice del laboratorio anticipa una possibile obiezione: non è rischioso affidarsi a un criterio di controllo ex-post, dal momento che una caratteristica inadeguata, o addirittura dannosa, potrebbe sfuggire al controllo? Be’, alcuni rischi possono sempre esistere. Ma, ancora una volta, dobbiamo essere consapevoli del fatto che un maggiore o minore grado di possibile dannosità non è correlato al procedimento (o ai procedimenti) utilizzato per creare nuove cultivar: pertanto, qualsiasi regolamentazione ex-ante delle biotecnologie agroalimentari non aggiunge niente di utile al tema della sicurezza.

Così – aggiunge il biotecnologo citando un articolo scritto dalla sociologa – chiedere “quali classi di prodotti o procedimenti di ingegneria genetica dovrebbero essere oggetto di un maggiore controllo normativo” è sostanzialmente una domanda senza fondamento se riferita all’ambito agro-alimentare, e la presunta “necessità di considerare una combinazione di prodotto e di procedimento per individuare gruppi di prodotti che potrebbero essere motivo di maggiori preoccupazioni” è del tutto fuori luogo.

La sociologa solleva un altro problema: “in un sistema normativo è impossibile basarsi completamente su principi scientifici. Tutte le valutazioni in tema di rischi e sicurezza implicano dei giudizi di valore. Ad esempio, per un determinato additivo alimentare potrebbe essere nota la curva dose-risposta, ma tali dati di per sé non dicono all’autorità di regolamentazione dove impostare un limite di sicurezza accettabile.” C’è un attimo di gelo: la direttrice del laboratorio e l’epistemologo si scambiano un’occhiata. Per favore, collega – dice lentamente quest’ultimo – sappi che stai confondendo la valutazione del rischio con la gestione del rischio: la prima è sicuramente una questione tecnica, mentre la seconda è una questione politica, per quanto le decisioni (gestione) dovrebbero basarsi sulle migliori evidenze scientifiche a disposizione (valutazione). Questo è un caposaldo delle linee guida per l’analisi dei rischi, accettato a livello internazionale: “Ci dovrebbe essere una separazione funzionale tra valutazione del rischio e gestione del rischio, al fine di garantire l’integrità scientifica della valutazione del rischio, di evitare confusione tra le funzioni che gli addetti alla valutazione del rischio e gli addetti alla gestione del rischio devono espletare e di limitare eventuali conflitti di interesse.” (Codex Alimentarius 2016, pag. 125). Non stiamo parlando di compartimenti stagni, dal momento che lo stesso testo di base sancisce l’importanza dei gestori del rischio nel fornire istruzioni preliminari su come condurre la valutazione del rischio: “La politica di valutazione del rischio dovrebbe essere stabilita dai gestori del rischio prima della valutazione del rischio, di concerto con i valutatori del rischio e tutte le altre parti interessate.” (Codex Alimentarius 2016, pag. 126). Siamo tutti consapevoli che la nostra conoscenza è ancora limitata, a volte scarsa! Ma la valutazione (scientifica) dei rischi, anche se necessariamente precaria o lacunosa, è il punto di partenza per decidere la gestione (politica) degli stessi: come potrebbe essere altrimenti?

L’epistemologo sottolinea che un testo autorevole (NAS-NRC 1983) fornisce una chiara indicazione del fatto che valutazione e gestione debbano essere mantenute separate, e la motivazione risiede nelle frequenti interferenze politiche nell’attività scientifica dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) negli anni precedenti: sono stati in molti a criticare questa situazione. Forse i sociologi che per diversi decenni hanno insistito sul fatto che il confine tra la valutazione e la gestione del rischio fosse poco definito stanno ottenendo l’effetto indesiderato di favorire la politicizzazione della valutazione del rischio? Sarebbe davvero paradossale! L’insistenza di molti studiosi di scienze sociali sul fatto che sia quasi impossibile avere linee guida, procedure e controlli neutrali dal punto di vista scientifico è una sorta di infatuazione intellettuale. (Marchant 2012)

Nei laboratori come il mio – aggiunge la direttrice – abbiamo il compito di valutare nuovi prodotti agroalimentari, per quanto riguarda eventuali possibili effetti di tossicità o allergenicità (USA; Regno Unito ). E lascia che te lo dica: anche se non sappiamo proprio tutto, i nostri strumenti e le nostre procedure hanno una “base scientifica”, mentre la politica di valutazione del rischio che seguiamo è stabilita dai gestori del rischio.

Nel frattempo, l’assistente della responsabile del laboratorio ha messo un paio di oggetti sul tavolo e ora spiega brevemente di cosa si tratti. 1. Semi di riso subacqueo, creato presso l’Istituto Internazionale per le Ricerche sul Riso delle Filippine, con la collaborazione dell’Università della California di Davis: questa varietà innovativa è tollerante alle inondazioni, un evento frequente quando arrivano i monsoni asiatici; i semi sono stati distribuiti a diversi milioni di piccoli agricoltori, soprattutto in India. Il gene che consente al nuovo cereale di resistere a un’immersione prolungata è stato individuato in una varietà locale e introdotto in varietà moderne ad alta resa; curiosamente, gli esperimenti preliminari finalizzati a confermare che il gene fosse quello corretto richiedevano la creazione di un “OGM”: il DNA è stato introdotto per transgenesi nel genoma di una varietà modello di riso. Una volta confermata l’efficacia del gene, questo è stato poi introdotto tramite incroci tradizionali (Xu et al. 2006) e il processo è stato velocizzato grazie alla selezione assistita da marcatori. Il metodo non transgenico è stato scelto, nonostante sia lento e meno preciso, solo per evitare di sprecare anni in balia dell’incubo burocratico che grava sugli “OGM” (Prof. Pamela Ronald, comunicazione personale). 2. Questa piccola scatola – continua l’assistente di laboratorio – contiene una varietà di lievito che è stato reso più efficace attraverso la tecnica soprannominata delitto perfetto (Storici e Resnick 2006), in cui vengono inserite sequenze di DNA del donatore, poi cancellate una volta ottenuto un fenotipo soddisfacente per essere successivamente riprodotto: un procedimento che non lascia tracce nel prodotto! La sicurezza o meno del riso e del lievito, entrambi organismi migliorati grazie all’ingegno umano, che il nostro laboratorio è stato chiamato a valutare, non ha nulla, nulla a che fare con l’insieme di metodi escogitati dall’inventiva degli sviluppatori.

A questo punto, la direttrice del laboratorio mostra una bottiglia di sciroppo di mais: i nostri tecnici l’hanno analizzata in maniera approfondita – dice – il prodotto è sicuro e nutriente. Non contiene proteine né DNA; anche con i nostri strumenti avanzati non siamo in grado di stabilire se provenga da pannocchie transgeniche o meno – il procedimento. Se qualcuno mi chiedesse se si tratta di un “OGM”, risponderei cortesemente che una domanda del genere non ha senso, anche se la tentazione sarebbe quella di rompergli la bottiglia sulla testa…

L’epistemologo ora guarda la sociologa che appare colpita, e le dice: se questi esempi non cancellano dalla tua mente l’idea della presunta importanza del procedimento (o dei procedimenti) nella valutazione delle qualità – o dei difetti – di un prodotto, ne saremmo molto delusi…

Pertanto – spera di concludere il biotecnologo – non abbiamo bisogno di “dare nuovo impulso al dibattito sull’ingegneria genetica”, iniziando ancora una volta con il piede sbagliato. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è di seguire un percorso razionale, scientifico, esaminando approfonditamente ogni nuovo prodotto agroalimentare, che sia o meno un “OGM”, prima che venga riprodotto e commercializzato.

L’epistemologo aggiunge che, qualora i legislatori volessero riconsiderare le normative esistenti – quasi sempre distorte – in materia di biotecnologie “verdi”, è già disponibile un quadro tecnico-legale razionale e scientifico (Conko et al. 2016), frutto della collaborazione tra diversi scienziati di numerosi paesi. Vengono spiegate le linee guida per un’attenta valutazione delle nuove cultivar sulla base di classi di rischio progressivo; i vari metodi biotecnologici sono considerati irrilevanti ai fini di accertare i pro e i contro di ogni nuova pianta: la sciocchezza “OGM” non è nemmeno menzionata! Per quanto riguarda le prove sul campo, vengono poste domande ragionevoli sull’impatto ecologico (in che misura la pianta è potenzialmente invasiva?) e sui rischi per la salute (quali controlli bisogna effettuare per valutare possibili allergenicità o tossicità?). Vi prego di notare che stiamo parlando di valutare ed elencare i controlli di sicurezza che devono essere eseguiti ex-post, vale a dire quando ogni nuova creazione agroalimentare è stata messa sul tavolo del laboratorio. Gli artefici di queste linee guida sottolineano che non si tratta di una semplice ipotesi teorica, ma che essa trae ispirazione da esperienze analoghe già ampiamente verificate nel mondo reale: è simile ai regimi normativi esistenti, come ad esempio i regolamenti sulla quarantena per i parassiti di piante o animali. L’approccio non è sostanzialmente nuovo e nella pratica ha funzionato bene per decenni.

Il biotecnologo dichiara quindi, con un leggero ma evidente tono provocatorio, che il pubblico non dovrebbe essere indotto in un errore frequente: il problema più urgente non è il rapporto tra gli “OGM” e la società, perché questo è un approccio fuorviante.

A questo punto la sociologa è un po’ sconcertata: allora – chiede – dovrei chiudere il mio “Centro sull’Ingegneria Genetica e la Società”?!

Certo che no – risponde tranquillamente l’epistemologo. – A nostro modesto parere, dovresti rivalutare l’ambito di studio del tuo dipartimento, facendolo diventare un “Centro sulle Biotecnologie e la Società”: in questo modo, se ci permetti, l’attenzione limitata alla pseudo-categoria confusa degli “OGM” verrebbe allargata a una reale grande questione sociale…

 

P.S. – A distanza di un anno, brutte notizie: la deliziosa nuova varietà di peperone, che sembrava tanto buona e sicura, ha dato risultati insoddisfacenti di resa in campo, circa il 15-20% in meno rispetto ai suoi concorrenti che sono già sul mercato. Nel dipartimento di ricerca, dopo un momento di sconforto, gli sviluppatori sono pronti a riprovarci: un gruppo di essi ritiene che l’ibridazione con una varietà “antica” di peperone possa avere successo, combinando migliori qualità organolettiche e una produttività elevata; un altro gruppo immagina che il risultato possa essere raggiunto inserendo nel genoma del peperone una certa sequenza di DNA presa da un’orchidea. Si spera che tra qualche mese si presenteranno nuovamente al laboratorio dove si effettuano le analisi dei prodotti alimentari per verificare la sicurezza di alcuni nuovi prototipi. Qui i tecnici eseguiranno di nuovo i test pertinenti, senza nemmeno chiedere come sia stato ottenuto il nuovo prodotto: tutti sanno che i procedimenti sono irrilevanti.

P.P.S. – Questa è solo una fantasia, dato che il primo risultato del prossimo esperimento – la cultivar ibridata – verrebbe esaminato in tempi rapidi, mentre il secondo approccio creerebbe un “OGM” e quindi inizierebbe un percorso lungo e costoso.

 

Questo articolo (peer-reviewed) è originariamente apparso in inglese: Product, not process! Explaining a basic concept in agricultural biotechnologies and food safety.

Life Sciences, Society and Policy 2017, 13:3, DOI 10.1186/s40504-017-0048-8

La presente traduzione italiana è stata pubblicata in Nous, Marzo 2019, 2018(3):55-67.