Lo scorso 16 luglio, dopo ben 32 anni, lo storico presidente e fondatore di Slow Food International
Carlo Petrini ha lasciato il testimone al vicepresidente, l’ugandese Edward Mukiini. Petrini ha
tenuto tuttavia a precisare che non è un addio e che rimarrà attivo nell’associazione.
L’evento può essere l’occasione per analizzare le caratteristiche e gli obiettivi di Slow Food che, più
di ogni altro movimento, è impegnato da anni nel promuovere tematiche legate al cibo,
influenzando fortemente l’opinione pubblica e molti ambienti culturali e politici.
Slow Food è un’associazione internazionale costituita nel 1989. In origine si chiamava Arci Gola
(derivata a sua volta dalla “Libera e Benemerita Associazione degli Amici del Barolo”), fondata nel
1986 dal giornalista e gastronomo Carlo (Carlin) Petrini.
Slow Food conta numerosi associati in tutto il mondo. Opera attraverso sedi locali (dette Condotte
in Italia e Convivium nel mondo), coordinate da Convivium leader che organizzano corsi,
degustazioni, cene, viaggi e iniziative varie a livello nazionale ed internazionale. Esistono più di
1.000 Convivium Slow Food in 160 Paesi, incluse le 410 Condotte in Italia.
In Italia Slow Food è proprietaria di una casa editrice che pubblica due riviste, libri, manuali, guide
gastronomiche, ecc. Gestisce una società di servizi (Slow Food Promozione S.r.l.), varie onlus
(come la Fondazione Slow Food per la Biodiversità) e ha istituito l’Università di Studi Gastronomici
di Pollenzo, la Banca del Vino e la Fondazione Terra Madre. Organizza infine i presidi Slow Food e
iniziative quali i Saloni del Gusto, Slow Fish e Cheese.
Si tratta in definitiva di una vera e propria impresa multinazionale, che raccoglie ingenti
finanziamenti e ha rapporti di collaborazione con governi e imprese.
Slow Food nasce come opposizione alle dilaganti mode del fast food, dello junk food (cibo
spazzatura) e, in generale, alle abitudini frenetiche della civiltà moderna. In contrapposizione a esse,
Slow Food rivendica il diritto a vivere il cibo innanzitutto come un piacere. È inoltre impegnata
nella difesa della biodiversità e dei diritti dei popoli alla sovranità alimentare. Secondo lo statuto
dell’associazione gli obiettivi che si prefigge sono: far acquisire dignità culturale alle tematiche
legate al cibo e all’alimentazione; individuare i prodotti alimentari e le modalità di produzione legati
a un territorio, nell’ottica della salvaguardia della biodiversità, promuovendone l’assunzione a ruolo
di beni culturali; elevare la cultura alimentare dei cittadini e, in particolare, delle giovani
generazioni, con l’obiettivo di raggiungere la piena coscienza del diritto al piacere e al gusto;
promuovere la pratica di una diversa qualità della vita, fatta del rispetto dei tempi naturali,
dell’ambiente e della salute dei consumatori, favorendo la fruizione di quei prodotti che ne
rappresentano la massima espressione qualitativa; sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica
verso le tematiche ambientali e in particolare verso la salvaguardia della biodiversità e delle
tradizioni culinarie.
Come si legge nel Manifesto, sottoscritto a Parigi nel 1989 dai delegati di molti paesi (e che era
stato anticipato nel 1987 da un documento firmato da 13 padri fondatori):

Questo nostro secolo, nato e cresciuto sotto il segno della civiltà industriale, ha prima inventato la macchina e poi ne ha
fatto il proprio modello di vita.
La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la vita veloce, che sconvolge le nostre
abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei fast food.
Ma l’uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo a una specie in via
d’estinzione.
Perciò, contro la follia universale della “fast life”, bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale.
Contro coloro, e sono i più, che confondono l’efficienza con la frenesia, proponiamo il vaccino di un’adeguata porzione
di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento.

Iniziamo proprio a tavola con lo Slow Food, contro l’appiattimento del fast food riscopriamo la ricchezza e gli aromi
delle cucine locali.
Se la “fast life” in nome della produttività ha modificato la nostra vita e minaccia l’ambiente e il paesaggio, lo Slow
Food è oggi la risposta d’avanguardia.
È qui, nello sviluppo del gusto e non nel suo immiserimento, la vera cultura, di qui può iniziare il progresso, con lo
scambio internazionale di storie, conoscenze, progetti. Lo Slow Food assicura un avvenire migliore.
Lo Slow Food è un’idea che ha bisogno di molti sostenitori qualificati, per fare diventare questo moto (lento) un
movimento internazionale, di cui la chiocciolina è il simbolo .

Già il ridurre la “vera cultura” allo “sviluppo del gusto” può suscitare qualche perplessità. Ma sono
altri gli aspetti più preoccupanti della filosofia che caratterizza Slow Food.
Le scelte “estetiche” dei fondatori di Slow Food possono essere legittime sul piano personale: se a
qualcuno piace magiare bene e soddisfare la propria golosità, nessuno può trovare da ridire. Quel
che lascia invece perplessi è la volontà di estendere a tutto il pianeta quelli che sono gusti
prettamente personali. Oltretutto è evidente una contraddizione di fondo. I cibi decantati da Slow
Food sono molto costosi (e quindi necessariamente accessibili solamente a pochi privilegiati) ed è
quindi impensabile e utopistico estendere a tutti tali abitudini alimentari. Come è stato giustamente
osservato:

Slow Food non ha soltanto l’ambizione di promuovere nel mondo la buona cucina e il buon vino. Esso intende invece
raggiungere un pubblico che, oltre ad essere abbiente, si sente in colpa per il fatto di esser tale, e vuole così fare
qualcosa per lenire questo disagio. Il colpo di genio di Slow Food sta proprio nell’aver trovato la sintesi fra il genuino
desiderio di mangiare bene e l’ansia di “stare dalla parte giusta”, insomma nell’aver conciliato il cibo e l’impegno. Ed
ecco perché il movimento è costretto a rinnegare l’immagine del ghiottone, che è una figura intrinsecamente
disimpegnata. Il programma “politico” di Slow Food – quello che dovrebbe consentire al suo pubblico di sentirsi in
pace con la propria coscienza – consiste nel cambiare le abitudini alimentari, e i modi di produzione del cibo, di tutta la
popolazione mondiale. È chiaro che, di fronte ad un compito così immane, l’effettiva natura dei cibi la cui produzione e
il cui consumo Slow Food propugna (che sono, appunto, prodotti di lusso) risulta alquanto imbarazzante e deve dunque
essere sfumata il più possibile. Come si fa a pretendere di sfamare l’intera popolazione mondiale col lardo di Colonnata,
l’agnello di Zeri, la lenticchia di Ustica o la fragola di Tortona (per non parlare della tinca gobba dorata del Pianalto di
Poirino o della gallina bianca di Saluzzo), innaffiando il tutto con del Barolo o dello Sciacchetrà (1) ?

Per sostenere le sue contraddizioni Slow Food è costretto quindi a barare, distorcendo palesemente i
fatti. A cominciare dalle feroci critiche che Slow Food rivolge alla moderna agricoltura e alla
rivoluzione verde (2) in particolare. Secondo Slow Food infatti essa, nonostante la sua
industrializzazione, l’uso diffuso di fertilizzanti e agrofarmaci, la selezione di specie vegetali, ecc.
non è ancora riuscita a sfamare tutti. In realtà, la rivoluzione verde ha dato contributi insostituibili
alla lotta alla fame nel mondo. Ad esempio, la produzione di grano è rimasta pressoché invariata
attorno a una tonnellata per ettaro dall’età romana fino al XIX secolo. Oggi si possono raggiungere
tranquillamente le 10/11 tonnellate per ettaro, con una media di 7 per i paesi europei. Nel 1960 si
produceva 1/3 di quanto si produce oggi e il 40% della popolazione mondiale era al di sotto della
soglia di sufficienza alimentare. Oggi questa percentuale è scesa al 10% (con una popolazione
mondiale nettamente superiore a quella del 1960).
In alternativa all’agricoltura industriale, Slow Food propone un’agricoltura più naturale, prima fra
tutte quella biologica. Si tratta però di un’aspirazione utopistica e abbastanza priva di senso.
L’agricoltura è inevitabilmente una pratica innaturale e la sua storia appare come una costante lotta
tra uomo e natura. Inoltre la diffusione massiccia di un’agricoltura naturale aumenterebbe in
maniera drammatica i problemi della fame nel mondo, senza produrre vantaggi di tipo ambientale.
Le sensibili minori rese renderebbero infatti necessario un preoccupante aumento delle superfici
coltivate.

Secondariamente il concetto di naturalità sostenuto da Slow Food appare molto soggettivo. Carlo
Petrini, ad esempio si scandalizza perché i peperoni quadrati d’Asti vengono oggi sostituiti da quelli
olandesi e perché i contadini astigiani tendono a sostituire la coltivazione dei peperoni con quella
dei tulipani. Secondo Petrini questo sarebbe uno dei:

Paradossi dell’agroindustria combinata con la cosiddetta globalizzazione: peperoni che valicano confini e attraversano
monti in cambio di tulipani; prodotti simbolo di due territori coltivati a più di mille chilometri di distanza l’uno
dall’altro, a stravolgere due consuetudini agricole che li hanno resi tipici e, evidentemente, ben inseriti negli ecosistemi
originali (3) .

A Petrini sembra però sfuggire una cosa tanto fondamentale quanto banale. I peperoni sono ben
lungi dall’essere tipici dell’astigiano. Essi infatti, come sanno anche i bambini, sono stati importati
in Europa dall’America dopo l’impresa di Colombo. E i tulipani sono tutt’altro che tipici dell’Olanda:
essi sono infatti originari del Medioriente e sono stati introdotti in Europa nel 1500. Cosa ci sia di
naturale, quindi, nel coltivare peperoni ad Asti e tulipani in Olanda Petrini lo dovrebbe spiegare.
Come è stato giustamente osservato (4) , un ipotetico attivista Slow Food del cinquecento avrebbe
vietato l’importazione dei peperoni dall’America in Europa, impedendo a Petrini e compari di
gustare la tanto apprezzata peperonata. Obiezioni analoghe potrebbero essere fatte per moltissimi
altri prodotti esaltati da Slow Food come naturali, ma che in realtà di naturale non hanno
assolutamente niente. Glorificare come naturale (e quindi auspicabile) semplicemente ciò che
corrisponde ai propri gusti personali e, al contrario, demonizzare come artificiale ciò che non piace,
è purtroppo un atteggiamento molto comune nei difensori a oltranza della natura. Oltre a essere del
tutto privo di senso, tale atteggiamento appare anche eticamente molto discutibile.
I sostenitori di Slow Food hanno un atteggiamento dichiaratamente antiscientifico. Diffidano della
scienza moderna, di cui criticano il riduzionismo, la quantificazione della realtà e l’arroganza nei
confronti dei saperi tradizionali. Alla scienza contrappongono una presunta saggezza arcaica, legata
alla terra. Come scrive Petrini:

I produttori di cibo buono, pulito e giusto (per la maggior parte contadini), quelli non ancora segnati in modo
irrimediabile dallo strappo del cordone ombelicale con la terra, posseggono un sapere che non si impara a scuola, che
non si calcola con formule matematiche, ma che è la risultante di un rapporto simbiotico con il creato che molti di noi
su questa Terra hanno perduto (5) .

L’atteggiamento antiscientifico e antiprogressista di Slow Food appare poi in tutta la sua evidenza
nella posizione assunta dal movimento contro gli OGM, costantemente demonizzati e indicati come
la causa di ogni male possibile. Si tratta infatti di critiche puramente ideologiche e prive di qualsiasi
fondamento scientifico. Se si analizzano infatti le motivazioni espresse da Slow Food per
giustificare il loro categorico rifiuto degli OGM, ci si rende conto che esse non hanno alcuna base
fattuale. In ultima analisi, il rifiuto si rifà a una difesa a oltranza di un concetto di naturalità, in
realtà costituito esclusivamente dall’insieme dei gusti personali dei suoi sostenitori.
Per concludere quindi, ben vengano gli appelli di Slow Food per la difesa delle buone tradizioni
gastronomiche, contro una certa degenerazione del gusto legata alla diffusione del fast food e dello
junk food, ma lasci perdere le grandi questioni di politica agroalimentare mondiale, sulle quali
sembra avere le idee un po’ confuse. In pratica torni alle origini, alla “Libera e Benemerita
Associazione degli Amici del Barolo”, simpatica combriccola di buongustai. Speriamo (ma
francamente ne dubitiamo) che il nuovo presidente possa dare una svolta all’associazione.

 

Articolo a cura di Silvano Fuso.

 

Bibliografia consigliata:

  1. L. Simonetti, Mangi chi può. Meglio, meno e piano. L’ideologia di Slow Food, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2010;
  2. L’espressione “rivoluzione verde” indica un grande processo di rinnovamento in agricoltura attuato, a partire dalla metà degli anni quaranta, sopratutto per merito dell’agronomo Norman Borlaug (1914-2009), premio Nobel per la pace nel 1970;
  3. C. Petrini, Buono, pulito e giusto, Einaudi, Torino 2005;
  4. L. Simonetti, op.cit.;
  5. C. Petrini, op.cit.