Intervista alla dirigente di Confagricoltura Deborah Piovan: “La lobby ambientalista spaventa le persone, ma in Italia è da quasi un secolo che si usa la mutagenesi. E anche la Commissione europea rivaluta i nuovi Ogm“

 

L’Europa ha una posizione ambigua sugli organismi geneticamente modificati, meglio noti come Ogm. Da una parte ne vieta la coltivazione, con uno stop che ferma anche la ricerca sulle piante sviluppate dalle modificazioni del genoma. Dall’altro importa ogni anno milioni di tonnellate di mais e soia transgenica da Stati Uniti e Sud America, che viene poi usata principalmente come mangime per gli animali allevati nell’Ue. Il tutto sotto gli occhi dei Governi nazionali, che hanno scelto di delegare a Bruxelles le difficili decisioni su quali merci è possibile importare “perché gli Stati sanno bene che se si proibisse l’importazione di prodotti geneticamente modificati, si creerebbe una grave carenza di merci in Europa”. A dirlo è Deborah Piovan, dirigente di Confagricoltura e sostenitrice dell’editing genetico nella produzione agricola. La rappresentante degli agricoltori si batte da anni affinché anche in Italia si possano usare le modificazioni genetiche nelle piante. La notizia degli ultimi giorni, riportata dalla testata Euractiv, è che anche la Commissione europea avrebbe deciso di “cambiare approccio” sugli Ogm che potrebbero servire a raggiungere gli obiettivi del Green Deal. Vediamo perché.

 

Dottoressa Piovan, che c’entra il piano nato per abbattere l’inquinamento in Europa con i prodotti Ogm, ai quali tradizionalmente i movimenti ambientalisti si sono sempre opposti?
Il Green Deal chiede una sempre maggiore sostenibilità dei processi produttivi e della vita degli europei. La strategia Farm to Fork cerca di applicare questi principi all’agricoltura, ma pone limiti molto stringenti anche alla coltivazione. Ci chiede di ridurre, ad esempio, la nutrizione delle piante e la protezione dalle malattie con l’uso dei fitofarmaci tradizionali. E quindi noi ci rivolgiamo alla ricerca cercando degli strumenti alternativi per poter continuare a fare il nostro lavoro, che alla fine è sempre quello di produrre del cibo sano, sicuro, sostenibile per l’ambiente e a costi accessibili per i consumatori. Uno strumento importantissimo per raggiungere questo obiettivo è proprio il miglioramento genetico. Attraverso l’editing del genoma, la ricerca può migliorare le varietà di piante che abbiamo oggi e renderle, per esempio, resistenti a determinate malattie o a condizioni di moderata siccità. Il cambiamento climatico in corso è evidente, nelle campagne lo possiamo toccare con mano. Quando si apre una stagione, non sappiamo mai se sarà piovosa o siccitosa. Abbiamo bisogno di piante che si possano adattare a un clima che ha delle alternanze molto più forti rispetto a quelle che avevamo in passato. Servono piante più ‘elastiche’. Se questo è ottenibile attraverso una mutazione, l’editing del genoma lo può fare. Un altro vantaggio che offre la ricerca è quello di ‘spegnere’, con una piccola mutazione, i geni che certi patogeni utilizzano per entrare nella pianta, farsi aprire la porta d’ingresso, attaccarla e farla ammalare. Spegnendo questi geni si può, per alcune piante, evitare la malattia. Sono davvero degli strumenti molto utili, del tutto sostenibili per l’ambiente e non sono particolarmente costosi. Quindi vederceli negati – a noi agricoltori e alla ricerca, ma anche ai consumatori che chiedono alimenti sani e sostenibili per l’ambiente – pare davvero incomprensibile e inspiegabile. È una beffa e non ne vedo il motivo.

Cerchiamo di fare ordine con le parole. Quando lei parla di editing genetico, si riferisce ai prodotti Ogm che conosciamo da diversi decenni e la cui produzione è vietata in Europa? O si tratta di una nuova tecnica?
I cosiddetti “vecchi Ogm” – che comunque hanno una lunga storia anche di sicurezza – prevedono l’inserimento di un gene proveniente o da un’altra pianta o da un altro organismo per migliorare la pianta in un’operazione di taglia e cuci. Sono ancora attualissimi, molto utili e molto utilizzati. Le tecniche di editing del genoma, invece, fanno una cosa molto diversa: si effettuano delle piccole correzioni e mutazioni del genoma della pianta in una posizione molto precisa. L’impatto sul DNA della pianta è molto più piccolo e questo le rende del tutto assimilabili, dal punto di vista scientifico, alla mutagenesi che l’uomo utilizza da quasi un secolo e che usa i processi di mutazione che avvengono anche naturalmente nel DNA di tutti gli esseri viventi. Molte centinaia delle varietà di piante che noi utilizziamo sono ottenute per mutagenesi indotta o per mezzi fisici, come i raggi gamma o i raggi x, oppure con mutageni chimici, sostanze che inducono delle mutazioni. È un processo che imita quello naturale, ma è lungo perché è del tutto casuale che possa capitare con queste induzioni artificiali una mutazione che fa comodo al genetista che sta cercando di migliorare una pianta coltivata. L’editing del genoma, invece, prende la mira molto precisamente e induce la mutazione cercata e che può inserire un carattere interessante nella pianta coltivata. Per questo motivo, essendo del tutto assimilabile alla mutagenesi tradizionale, si chiede che le pratiche di genoma editing vengano esentate dalla direttiva 18 del 2001 perché essa stessa esenta la mutagenesi.

E invece cosa dicono le regole europee su queste tecniche?
La definizione di organismo geneticamente modificato è essenzialmente giuridica. Parte dalla direttiva 18 del 2001 e fa rientrare in questa definizione le piante ottenute con una serie di tecniche. Poi negli anni le tecnologie e la scienza hanno progredito e sono stati trovati nuovi approcci tecnologici al miglioramento genetico, che non sono ricompresi in quella direttiva e pertanto si è aperta la questione. La Corte di giustizia dell’Unione europea, nel luglio del 2018, ha deciso che le nuove tecniche di editing del genoma rientrano all’interno della direttiva, quindi vanno considerate come Ogm. Ma su questa decisione si è aperta una discussione per verificare se abbia un senso scientifico.

Negli ultimi anni, in Italia si sono moltiplicate le voci favorevoli alle biotecnologie e c’è chi vuole il via libera non solo alla ricerca ma anche alla produzione di piante ottenute con la tecnica del genoma editing. Con un’apertura a questa prospettiva, quali sarebbero i vantaggi per l’agricoltura italiana?
L’Italia ha una lunga tradizione di ricerca nel miglioramento genetico sia in istituti pubblici che in aziende private. Abbiamo fatto scuola, abbiamo insegnato al mondo il miglioramento genetico delle piante. Oltretutto abbiamo dei prodotti agroalimentari che hanno bisogno di essere evoluti. Se vogliamo salvare la nostra tradizione agroalimentare, dobbiamo proteggerla dal cambiamento climatico e dalle minacce che la attaccano. Insomma dobbiamo cambiare le piante per salvare le nostre tradizioni.

Ci può fare qualche esempio?
Penso a tutta la nostra viticoltura che beneficerebbe di migliore sostenibilità ambientale se la ricerca potesse lavorare alla correzione del genoma. Penso alla nostra ortofrutta che è minacciata da malattie fungine, che nel cambiamento climatico sono diventate più aggressive. Mi viene in mente il pomodoro San Marzano che è ormai così difficile da trovare perché c’è un virus che ne fa strage. Tutti i prodotti a cui siamo affezionati e che sono una base importante dell’economia del nostro settore agroalimentare, e che rappresentano anche un richiamo turistico, vanno tutelati mentre il clima cambia e andiamo incontro a processi di tropicalizzazione. Il solo fatto che abbiamo sempre meno notti fredde e sempre più giorni caldi nel corso dell’anno altera il ciclo dei patogeni rendendoli più aggressivi e le nostre piante sono state selezionate quando il clima era più freddo, quindi c’è bisogno di evolverle.

La politica italiana è cosciente di queste potenzialità?
Anche in Italia la politica non è compatta, c’è una forte pressione delle lobby ambientaliste e del biologico nel considerare come Ogm anche le piante frutto di editing del genoma. Non c’è motivo per farlo, anzi proprio le produzioni biologiche potrebbero beneficiare tantissimo dall’uso di queste tecniche che potrebbero ridurre l’uso di insetticidi. Si tratta di una preclusione ideologica, basata su un marketing poco serio. Sarebbe più serio spiegare ai consumatori i benefici per ambiente e per la loro salute di queste tecniche. Il mio auspicio è che in futuro si possa parlare di dati e di evidenza scientifica.

Però anche a Bruxelles la maggioranza dei legislatori è contraria a tutti gli Ogm. Negli ultimi 5 anni il Parlamento europeo ha votato per 51 volte contro le richieste di autorizzazione dei prodotti geneticamente modificati e con maggioranze che spesso sono andate ben oltre il perimetro dei partiti tradizionalmente contrari agli Ogm. Come se lo spiega?
Sono due cose un po’ diverse, un conto è la votazione consultiva che il Parlamento fa sull’autorizzazione all’importazione di determinate varietà Ogm. Io uso questo termine nel senso ‘tradizionale’, per indicare piante transgeniche di mais, soia e tante altre. Ci sono tantissime piante Ogm che importiamo in Europa: in particolare, il mais e la soia per la mangimistica. Il Parlamento ha un voto consultivo in tal senso e solitamente risponde in modo negativo perché è impopolare autorizzare l’importazione di piante geneticamente modificate. Comunque tutte queste varietà per le quali si chiede l’importazione passano attraverso il controllo di agenzie europee come Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare con sede a Parma, ndr), che decide se i prodotti per cui si chiede l’importazione siano o meno sicuri. E solo dopo questa valutazione si passa eventualmente alla richiesta di autorizzazione all’importazione.

L’Efsa ha già avuto modo di esprimersi sul genoma editing?
Sì, si è espressa paragonandolo alla mutagenesi e quindi in modo del tutto favorevole, considerandolo una pratica non più pericolosa di tutto quello che attualmente già coltiviamo e mangiamo. Ma abbiamo visto negli anni che il parere dell’Efsa non è purtroppo sufficiente a tranquillizzare l’opinione pubblica. Per cui la politica fa fatica a prendere delle decisioni per le quali l’opinione pubblica è stata per anni spaventata. Questo è un peccato e mi preoccupa molto perché vedo che finiamo per prendere decisioni non supportate da motivazioni e valutazioni scientifiche, dal pragmatismo di quelle che sono le nostre esigenze di produttori, di trasformatori e di consumatori e di difensori dell’ambiente. Si prendono decisioni sulla base di paure alimentate ad arte, da lobbisti del terrorismo ambientale.

Fuori dall’Unione europea ci sono Paesi che stanno cambiando idea?
Una delle prime cose che ha fatto la Gran Bretagna dopo la Brexit è stata quella di aprire all’editing del genoma. Ha già annunciato che farà una consultazione pubblica e io sono andata a leggere le motivazioni di questa scelta. Mi hanno fatto venire la pelle d’oca perché si sottolinea l’esigenza di impostare una normativa che abbia un approccio scientifico più credibile, per andare incontro alle sfide che ci aspettano di tipo ambientale ed economico. Tradotto, la Gran Bretagna ha detto: l’impostazione che l’Unione europea sta dando alle proprie decisioni relative all’editing del genoma non è credibile, non ha un senso e non ci aiuta a rispondere alle sfide.

 

Articolo a cura di Tommaso Lecca tratto da AgriFoodToday.