Fra gli obiettivi che si pone la Commissione Europea con la strategia: “Dal produttore al consumatore” – creare un sistema alimentare sano e pienamente sostenibile, vi sono anche le produzioni animali, ovviamente nel più vasto quadro della svolta “green”.
In tale ambito, i principali aspetti da considerare sono appunto due: l’impronta ambientale e il benessere degli animali, sia pure con una importante appendice riguardante i problemi dei farmaci ad effetto antimicrobico (cui si associa l’implicito rischio della resistenza agli antibiotici). In effetti, il documento in discussione parrebbe puntare preferenzialmente alle fasi che vanno dall’azienda al consumatore, mentre gli aspetti di maggiore interesse per noi (l’azienda), pur senza essere trascurati, sembrano un poco emarginati. Da queste osservazioni, nasce l’opportunità di alcune puntualizzazioni.

In primo luogo, è necessario puntualizzare la circostanza che sia stato enfatizzato l’auspicio di portare l’agricoltura biologica al 25 % della superfice coltivata in Europa; per far questo la Commissione suggerisce: “Per conseguire l’obiettivo relativo all’agricoltura biologica nell’UE è essenziale assicurare lo sviluppo economico sostenibile del settore e promuovere la domanda”. Non conosciamo con certezza come si intenda “promuovere la domanda”, ma il sospetto è che si prenda atto che il biologico sia solo per “chi è ricco abbastanza per permetterselo” e dunque, promuoverne la domanda, riguarderà chi è “un po’ meno ricco”. Col che sorge un altro dubbio: se fosse dimostrato che il biologico garantisce la salute del consumatore e del pianeta (a differenza del convenzionale), perché non darne l’opportunità anche ai meno abbienti, puntando al 100% di biologico? Oppure al contrario, se ciò non fosse dimostrato (e non lo è), perché aiutare con soldi pubblici ciò che serve prevalentemente ai più ricchi?
A parte ciò, una seconda puntualizzazione è poi necessaria, sulla scorta di quanto riportato da Verde et al. (2020): “Infatti, è indispensabile ricordare che senza allevamenti (e anzi senza zootecnia intensiva) l’agricoltura biologica è ecologicamente insostenibile poiché, per le coltivazioni biologiche, non sono ammessi fertilizzanti di sintesi e quindi le due principali fonti di concimazione vegetale biologica sono le carcasse animali (epiteli, pelli, zoccoli, corna, sangue e scarti di macellazione) o il loro letame. Le colture agrarie asportano notevoli quantità di nutrienti (il terreno non rigenera da solo le sostanze nutritive) quindi occorre riportare quanto tolto. Apportare fertilizzanti (concimare) è fondamentale: il problema è come, quando e con quali prodotti farlo. Poi si deve capire da quale sorgente derivi il letame. Nell’allegato 1 del disciplinare sull’agricoltura biologica europea viene detto che i letami non possono derivare da allevamenti industriali (sono così identificati gli allevamenti che tengono gli animali in assenza di luce naturale, o luce artificiale “per tutta la durata del ciclo di allevamento”. Oppure animali “permanentemente” legati o stabulati su pavimentazione “esclusivamente” grigliata o in ogni caso non dispongano di una zona di riposo dotata di lettiera vegetale). Eliminare le condizioni virgolettate permette di uscire dalla definizione di allevamento industriale e di entrare a tutti gli effetti nell’altra categoria. Questa pratica è indispensabile per poter coltivare in biologico dato che in nessun caso un ettaro di terreno biologico su cui pascolano due vacche riesce a restituire a quel terreno abbastanza nutrienti per consentire la crescita degli alimenti necessari a far crescere le stesse due vacche l’anno seguente. In pratica serve consumare altro suolo per far restare in equilibrio nutrizionale una determinata superficie a biologico. Questo spiega perché coltivare biologico fa consumare suolo e consumare suolo restringe e riduce la biodiversità.
La terza puntualizzazione è che, indipendentemente dalla scelta a favore del biologico, la Commissione UE si propone di assicurare la sostenibilità delle produzioni animali agricole con i seguenti mezzi:

  • con una politica agricola comune (PAC) che accompagni la transizione verso sistemi di allevamento sostenibile supportando soluzioni innovative e pratiche di produzione sostenibile;
  • per quanto riguarda la carne, la revisione dovrebbe concentrarsi sul modo in cui l’UE potrà utilizzare il programma di promozione per sostenere i metodi di produzione animale più sostenibili ed efficienti in termini di emissioni di carbonio;
  • la Commissione agevolerà inoltre l’immissione sul mercato di additivi per mangimi sostenibili e innovativi che contribuiscano a ridurre l’impronta di gas a effetto serra e l’inquinamento dell’acqua e dell’aria associati agli allevamenti;
  • il benessere degli animali si traduce nel miglioramento della salute degli animali (e, dunque, in una minore necessità di medicinali) e della qualità degli alimenti da essi provenienti, e può contribuire a preservare la biodiversità (….il come è da vedere, salvo si dia per scontato che benessere = pascolo…). La Commissione sta valutando le disposizioni vigenti in materia di benessere degli animali;
  • il programma Orizzonte Europa promuoverà inoltre le attività di ricerca volte ad aumentare la disponibilità e le fonti di proteine alternative quali le proteine di origine vegetale, microbica, marina, a base di insetti e i prodotti sostitutivi della carne.

Dunque, pur senza entrare nello specifico dei 2 (3) argomenti sopra richiamati, in ambito UE vi è la consapevolezza che la sostenibilità delle produzioni animali pone un qualche problema cui si intende porre rimedio sulla scorta di quanto già noto, ma anche investendo in nuova ricerca. Analoga consapevolezza pare poi emergere – a differenza di tante posizioni estreme di tipo animalista-vegetariano-vegano – circa il fatto che gli animali svolgono ruoli positivi. Non pochi, ad esempio, trascurano che la sostenibilità non ha solo 3 gambe: ecologica, etica ed economica; ve n’è una quarta: la salute di cui è prodromica la corretta nutrizione. Benché l’alleanza EAT-Lancet (Willett et al., 2019) abbia suggerito l’idea che dieta sostenibile e dieta salutare siano entrambe coincidenti con l’abolizione (o quasi) degli alimenti di origine animale, non meno ampia e concorde è la posizione di quanti ritengono che si potrà al più contenerne i consumi nei Paesi sviluppati, per aumentarli in quelli poveri, proprio per evitare fenomeni di malnutrizione. Non meno importante è poi il ruolo delle mandrie-greggi di varie specie animali che utilizzano ampie superfici non coltivate (e non coperte da boschi) che direttamente o indirettamente assicurano cibo di grande valore, evitano gli incendi, assicurano la fruibilità umana di quelle aree e –ugualmente interessante – creano immagini paesaggistiche piacevoli che poi sono la base per altre attività economiche (turismo ecc.) che giustificano la presenza umana quale garanzia per la salvaguardia dei territori marginali (nonché della biodiversità, assai più di boschi mono-essenza o mal gestiti).
Quanto sin qui detto è finalizzato a far comprendere che le problematiche da affrontare – per migliorare la sostenibilità delle produzioni animali – non sono fini a sé stesse, ma sono parte di un contesto di interesse generale, oltre la stessa agricoltura per coinvolgere la salvaguardia di interi territori europei. Entriamo ora nel merito degli aspetti che l’UE si propone di affrontare:

  • Impronta ambientale degli animali (da ridurre) riguarda aspetti diversi: occupazione del suolo, “consumo” di acqua (non solo verde e blu, ma anche grigia), nonché inquinamento e accumulo di gas serra in atmosfera.
    Anche alla luce di quanto detto in premessa, si può parlare di limitazione dell’occupazione di suolo, di pari passo alla riduzione degli animali, solo per le aree dove è possibile praticare una agricoltura intensiva. Una certa limitazione dei suoli occupati già si verifica per effetto delle elevate rese produttive, ma anche del “clima pro-natura” sempre più diffuso nella UE; si nota infatti la tendenza: “allo spostamento della produzione di “commodities” (in particolare cereali e oleaginose) nei Paesi emergenti, incentivati dalle condizioni favorevoli dei mercati internazionali. Fra questi vi è certamente il Brasile che, per far fronte alle maggiori esportazioni, ma con rese produttive ancora relativamente basse, supplirà con la maggiore superficie, quindi con la deforestazione…”. Da cui il dubbio: “che i criteri della nuova PAC e comunque le scelte “green” della nuova Commissione dell’UE, fra cui quelle a favore dell’agricoltura biologica e della riduzione di fertilizzanti e agro-farmaci, dunque minori rese produttive, avranno in realtà la conseguenza di favorire gli squilibri ambientali che promettevano di evitare (sia pure altrove sul pianeta). Manco a dirlo, è esattamente la conclusione del lavoro di Smith et al. (2019) sull’ipotesi di conversione a biologico di tutta l’agricoltura di Inghilterra e Galles.” (Bertoni, 2020). Peraltro, se così stanno le cose, l’asserita intenzione di occupare minori superfici riducendo gli animali (e gli alimenti ad essi destinati), è in realtà pretestuosa e trascura le conseguenze “oltremare”.
    Per contro, per le aree da destinare a pascolo o a prato-pascolo, si dovrà parlare di tecniche più razionali per abbassare l’impronta, ma non certo di limitazione; in accordo alla evoluzione recente, soprattutto in aree tropicali, una ipotesi da non trascurare potrebbe essere l’eventuale conversione secondo le tecniche silvo-pastorali. Secondo Broom et al. (2013): “Quando I ruminanti vengono allevati e sono alimentati con materiali che non possono essere digeriti dall’uomo, quali le foglie e altri materiali ricchi di cellulose, vi è un effetto positive sulla disponibilità di cibo. Il quesito è ora il seguente: i ruminanti possono essere sostenibili? Un sistema o un processo sono sostenibili se sono accettabili ora e se i loro effetti lo saranno per il futuro, con particolare riferimento alle risorse disponibili, alle conseguenze del loro funzionamento e al giudizio etico sulle azioni. I vantaggi dei sistemi silvo-pastorali: aumento della biodiversità, miglioramento del benessere animale, condizioni di lavoro appropriate e redditività economica, sono tali per cui questi sistemi sono sostenibili, a differenza di altre modalità di produzione dei grandi erbivori.” La possibilità di estendere queste tecniche anche nelle nostre aree marginali collinari-montane è già stato ipotizzata e merita ricordare che, l’effetto positivo, sarebbe sia a livello del cotico erboso capace di immagazzinare carbonio (C), ma anche in quello di crescita di alberi correttamente distanziati che pure immagazzinano C, oltre a proteggere gli animali e a consolidare i suoli, ridurre i rischi di incendi, migliorare il paesaggio ecc. Esistono infine recenti segnalazioni secondo cui la presenza di animali gestiti in modo da utilizzare in maniera turnata i pascoli, faciliterebbe il ripristino di aree a rischio desertificazione.
    Restando invece nell’ambito dell’impronta ambientale degli animali nel caso di aree coltivate, non si può trascurare il fatto che tradizionalmente la rotazione equilibrata – il cui recupero è da molti auspicato – ha spesso visto la presenza di colture foraggere (prati, erbai ecc.) che implicano gli animali. Tuttavia, quand’anche si volesse allargare la superficie destinata a colture ad uso diretto per l’uomo (cereali, proteaginose, oleaginose ecc.), rimangono le paglie e vari sottoprodotti (cruscami, farine di estrazione ecc.) che trovano nell’uso zootecnico la loro naturale via di utilizzo. Si deve semmai aggiungere che – essendovi fra gli obiettivi dell’UE – la produzione di maggiori quantità di proteine vegetali e l’agricoltura biologica, non possiamo esimerci dal ricordare che entrambe richiedono maggiori superfici, a causa della loro inferiore produttività. Di qui il dubbio se basteranno quelle rese libere dalla eventuale riduzione degli animali. Inoltre, ridurre gli animali sarebbe in contrasto con la logica dell’agricoltura biologica in quanto, come detto sopra, ciò porterebbe anche alla riduzione del letame disponibile. Ne consegue che ridurre le superfici destinate in qualche modo all’allevamento animale è possibile, ma non sempre opportuno, salvo sia a seguito di un miglioramento produttivo e con riferimento alle aree coltivate.
    Infine, un cenno all’inquinamento del suolo, possibile soprattutto a seguito della eccessiva distribuzione di deiezioni animali (da cui rilascio di ammoniaca, nitrati ecc.), in particolare nel caso di elevata presenza di metalli pesanti (per i suini ciò vale per il rame e in parte anche per lo zinco, impiegati con finalità “auxinica” per normalizzare il digerente in alternativa agli antibiotici). Da non trascurare tuttavia il fatto positivo che le coltivazioni connesse agli animali implicano un uso modesto di agro-farmaci; per contro, per gli allevamenti intensivi vi potrebbe essere l’accresciuto rischio della presenza di residui di farmaci (specie antibiotici) che potrebbero interferire con l’ambiente microbiologico del suolo.
    Per quanto riguarda l’acqua, semplicemente ricordiamo che la frazione verde (pioggia) trova nelle produzioni animali (al pari delle produzioni vegetali) la migliore utilizzazione anche con rifermento alle aree pascolate (a cosa altro potrebbe servire quell’erba cresciuta grazie all’acqua della pioggia?). Per l’acqua blu, cioè le acque superficiali usate per l’irrigazione, valgono gli stessi concetti richiamati per il suolo e le aree intensive (gli animali sono in parte complementari alla coltivazione), anche se in questo caso vale soprattutto per le aree meridionali dell’Europa dove si ricorre anche all’irrigazione per la produzione di foraggi e cereali. Infine, per l’acqua grigia (inquinata) il problema riguarda eminentemente l’uso eccessivo e poco razionale delle deiezioni, specie liquide, cui può far seguito l’inquinamento delle falde e delle acque superficiali, prevalentemente da nitrati, ma senza trascurare i fosfati. Dunque, le eventuali limitazioni, unicamente per acqua blue e grigia, riguardano soprattutto un miglior uso e l’adozione di tecnologie corrette per la coltivazione.
    Circa l’atmosfera, con riferimento all’allevamento degli animali da reddito, esiste anzitutto il problema del particolato (specie PM10) di origine secondaria, derivato dalla formazione di granuli di nitrato ammonico in atmosfera (per la combinazione di ossidi di azoto e di ammoniaca rilasciati dalle deiezioni, specie se male stoccate e distribuite, sia di alcune specie monogastriche (pollina, liquami suini) e sia dei ruminanti di grandi dimensioni (bovini e bufalini). Si noti tuttavia che il contributo della zootecnia a tale particolato pare non superi il 15% in Italia, anche se in regioni ad alta concentrazione di allevamenti pare si aggiri sul 25%. Limitatamente ai ruminanti, contribuiscono in modo importante anche ai gas serra a causa del metano (e in parte degli ossidi di azoto) che hanno un potere “gas serra” di 30 e quasi 300 volte superiore alla CO2. Se tuttavia andiamo a considerare il loro contributo ai gas serra totali, ma escludendo la frazione del cambio di destinazione dei suoli (deforestazione, aree umide, torbiere ecc.) che l’agricoltura intensiva tende a escludere – proprio grazie alla elevata produttività dei terreni coltivati e degli allevamenti – il contributo alla CO2 complessiva in Europa supera di poco il 10-12% per l’intera agricoltura (di cui poco più della metà dagli animali). Sempre con riferimento agli animali, una qualche ulteriore osservazione: i) negli ultimi 60-70 anni, con la zootecnia intensiva, vi è stato un dimezzamento dell’emissione di CO2 per litro di latte (considerazioni analoghe valgono certamente per la carne e per le produzioni da monogastrici); ii) se non vi fossero ruminanti al pascolo, aumenterebbero i selvatici (come già si osserva) che comunque rilascerebbero gas serra; iii) in un recente lavoro degli USA (White e Hall, 2017), simulando la eliminazione delle produzioni animali, i gas serra complessivamente emessi si ridurrebbero di un 2,6%, ma con una serie di altri problemi in particolare a livello si salute umana.
    In termini di considerazioni conclusive, cioè sul cosa fare per ridurre l’impronta ambientale degli allevamenti animali, non v’è dubbio che in Europa sia possibile una riduzione ragionevole dei consumi di alimenti di origine animale; contemporaneamente, per ridurre ulteriormente il loro impatto ambientale, si dovrà passare per una serie di interventi con particolare rifermento ai ruminanti. Per certo sono già ampiamente disponibili le conoscenze per tali interventi, anche se ulteriore ricerca sarà indubbiamente necessaria; in particolare per aumentare la produttività dei foraggi e il loro valore nutrivo, ma altresì per introdurre sistemi di precisione nell’uso delle diete, per gestire salute e benessere; infine per individuare additivi sicuri, ma capaci di ottimizzare i processi digestivi anche nella direzione di contenere l’emissione di metano. In tale direzione, fondamentale sarà la capacità di gestire animali più produttivi (ottenuti geneticamente), anche per le migliori condizioni di salute; la loro migliore efficienza e produttività permetterà infatti di ridurne il numero e l’impatto ambientale specie se, contemporaneamente, verrà ottimizzato l’impiego delle loro deiezioni (da cui, fra l’altro, il minor ricorso a fertilizzanti chimici). Ovvio che tutto ciò è largamente in antitesi con le proposte UE di allargare il contributo della zootecnia biologica, che a tali pratiche si oppone, limitandola semmai in talune peculiari condizioni socio-pedo-climatiche;
  • Benessere degli animali allevati per reddito. Pur con sensibili differenze fra specie e tipologia di allevamento, in termini di principio l’approccio è simile e deve partire da due presupposti: i) non è vero che gli animali allevati intensivamente sono necessariamente in condizioni peggiori rispetto a quelli selvatici o lasciati allo stato brado in condizioni pressoché naturali; ii) allo stesso modo non è necessariamente vero che, alta produzione implichi animali stressati (e sofferenti), a prescindere.
    Per il primo presupposto basti dire che un buon allevamento garantisce almeno 3-4 delle 5 libertà di Brambell (1965): 1) cibo e acqua sempre disponibili, 2) protezione da avversità ambientali (comfort), 3) difesa da malattie, parassiti e dolore; mentre in natura è meglio garantita la possibilità di un 4) comportamento naturale (appunto). Per la 5) prevenzione di paura e sofferenza, le cose potrebbero essere analoghe (anche se il continuo timore per i predatori, per la competizione anche sessuale ecc. potrebbero essere superiori in natura).
    Per il secondo presupposto, basti dire che quando l’animale sia geneticamente migliorato (oltre che selezionato per la vita di allevamento, come ormai accade nella pratica corrente), solo assicurandogli l’optimum del microambiente, della dieta e della salute (possibili solo in un buon allevamento) vi sarà per lui la certezza di benessere. A sua volta, l’elevato benessere gli consentirà di esprimere tutte le sue potenzialità e, di conseguenza, l’atteso livello produttivo; da questo ottimale riscontro produttivo, l’allevatore otterrà le risorse economiche necessarie per una appropriata gestione, che sarà stimolato ad investire avendone verificata l’utilità.
    Dunque, ad essere importante per il benessere animale non è tanto l’improbabile ripristino di situazioni presunte naturali, di cui l’indice più comune è il pascolo su erba abbondante, perfettamente verde frammisto di fiori gialli, con cielo azzurro e sole splendente. Queste sono infatti situazioni per lo più temporanee (salvo talune aree dell’Europa Centrale e delle isole britanniche) e comunque non sempre adeguate per talune tipologie di animali altamente produttivi. Per contro, ad essere importante è il modo con cui si opera per una sua corretta gestione di qualsivoglia forma di allevamento, che abbia al centro l’animale; per cui vale tanto per le forme di allevamento che prevedono il pascolo, quanto per le forme intensive. Proprio per questa ragione, il problema è semmai come riconoscere se le condizioni sono realmente favorevoli per gli animali nello specifico di ciascun allevamento; purtroppo, il benessere non è direttamente misurabile in maniera inequivocabile, ma una sua valutazione per quanto possibile oggettiva è possibile ricorrendo anzitutto a indicatori diretti (“animal based”) affidabili. Secondo Bertoni (2012): “sono di vario tipo e fra questi alcuni riconosciuti universalmente: comportamentali, fisiologici, sanitari (o patologici), mentre non tutti riconoscono quelli produttivi, a differenza dell’autore”. Indubbiamente, a tali indicatori diretti, è opportuno aggiungere quelli indiretti: spazi, edifici, personale, alimentazione, microclima ecc. Utilizzando queste due tipologie di indicatori, sia pure con criteri diversi, sono stati elaborati numerosi i modelli a ciò destinati, per cui è possibile classificare, in maniera attendibile (Calamari, 2013), gli allevamenti con riferimento a questa importante prerogativa. Così facendo, vi sarà da un lato l’opportunità di garantire il consumatore nei riguardi delle buone condizioni di vita dell’animale che fornisce il prodotto, ma d’altro lato costituirà una guida essenziale per l’allevatore al quale possono venire i suggerimenti necessari per perfezionare le tecniche di allevamento, nella certezza che ad avvantaggiarsene non saranno solo gli animali, ma anche l’efficienza produttiva ed economica dell’azienda, cui certamente l’allevatore non è insensibile.
    Anche per l’aspetto benessere, volendo trarre una conclusione, possiamo osservare che – sia pure per ragioni diverse – è di primario interesse per il consumatore (e l’animale), ma anche per l’allevatore. È dunque importante che cessino le false e preconcette descrizioni degli allevamenti: idilliache quelle dei piccoli e sui pascoli, veri lager gli allevamenti intensivi e professionalmente gestiti; esistono infatti metodi sufficientemente attendibili per valutare i singoli allevamenti e di ciò informarne il consumatore per le sue scelte di acquisto, ma anche l’allevatore perché sia stimolato all’eventuale miglioramento (anche grazie a incentivi e supporto tecnico);
  • La riduzione dei farmaci ad effetto antimicrobico è il terzo aspetto su cui l’UE punta per le produzioni animali del futuro; oltre al minor uso complessivo di farmaci – ovviamente utile per sé – vi è il tentativo di contenere i rischi delle resistenze agli antibiotici (che tuttavia rifiutiamo essere attribuito primariamente agli allevamenti da reddito, specie nei Paesi europei dove da oltre un decennio il loro impiego è consentito solo a scopo terapeutico). Il tema è primariamente di competenza del sistema veterinario, per cui ci basti dire che il miglior benessere – che si è detto frutto di buona gestione di qualsivoglia forma di allevamento – è già premessa di salute e quindi di minor ricorso ai farmaci, e agli antibiotici in particolare.

Alcune semplici considerazioni conclusive: il green deal dell’agricoltura europea è certamente un obiettivo condivisibile, ma con due grossi difetti (almeno in apparenza), quello di privilegiare la parte che va dall’azienda al consumatore e quello di “strizzare l’occhio” al mondo ambientalista. Dunque, nessuna contrarietà aprioristica, ma l’invito a una più attenta considerazione al mondo scientifico (oltre che agricolo, ovviamente).

 

Articolo a cura di Giuseppe Bertoni.